Il rito

L'uccisione del maiale è una festa. Ogni calabrese che pratica questo rito lo inserisce nel proprio calendario come una ricorrenza importante. Le carni del maiale garantivano la sopravvivenza di una famiglia media per un anno. Perciò questo animale è diventato sinonimo di ricchezza e opulenza. Adesso che i tempi sono cambiati, la ritualità ad esso associata è diventata uno dei modi più tradizionali per riunire famiglia ed amici.
Un piccolo viaggio nel tempo ci porta nel vibonese e ci fa scoprire come al tempo si praticava questo processo. L'intero rito dell'uccisione, della macellazione e della lavorazione delle carni durava tre giorni. Alle quattro del mattino del primo giorno si accendeva il fuoco sotto una grande caldaia per preparare l'acqua bollente. Intanto veniva raggiunto il maiale nel porcile e, ben legato, portato sul luogo dove doveva essere scannato. Era questo il momento più tragico e meno piacevole da vedersi di tutto il rito. L'uccisione del porco era avvolta da un'atmosfera di sacralità, ereditata forse dalla millenaria cultura greco-romana. Il sangue raccolto veniva subito affidato ad una donna che aveva il compito di rimescolarlo affinché non si coagulasse. Con quel sangue veniva preparato "u sanguinazzu", cioè il sanguinaccio, seguendo antiche ricette. Il maiale, una volta appeso a testa in giù ad una grossa trave, veniva tagliato a pezzi ed esperti macellai ne iniziavano la lavorazione. Con lo sminuzzamento della carne per le soppressate e quello per le salsicce terminava la prima giornata. La seconda giornata iniziava con l'insaccatura delle soppressate e delle salsicce. Il terzo giorno era di solito dedicato all'abbuffata della caldaia. Avevano così termine le feste del Natale che erano ancora una volta servite a riunire i parenti vicini e lontani.